Nathan Walsh United Kingdom, 1972
A Glass Waltz, 2024-25
Oil on linen canvas / Olio su tela di lino
132 x 132 cm
52 x 52 in
52 x 52 in
A Glass Waltz nasce da una visita a Vienna che l’artista ha compiuto alla fine del 2023. A partire da schizzi, fotografie e modelli digitali, Nathan Walsh costruisce un paesaggio...
A Glass Waltz nasce da una visita a Vienna che l’artista ha compiuto alla fine del 2023. A partire da schizzi, fotografie e modelli digitali, Nathan Walsh costruisce un paesaggio urbano fittizio che intreccia osservazione, memoria e invenzione. Il dipinto non è una veduta letterale di Vienna, ma uno spazio rielaborato in cui tempo e prospettiva si ripiegano l’uno nell’altra. Se nei lavori precedenti la città era affrontata come luogo di osservazione strutturata, in questo dipinto Walsh lascia spazio a un’orchestrazione più libera e fluida di spazio, narrazione e tempo. L’opera si configura al contempo come continuità e rottura: prosegue la ricerca sull’ambiente urbano abbandonando regole più dirette della costruzione prospettica e dell’immagine.
Il titolo gioca sulla fragilità e sull’eleganza del paesaggio viennese e delle sue storie stratificate. Il “valzer” rimanda non solo alla tradizione musicale della città, ma anche alla struttura stessa del dipinto, concepita come una coreografia visiva in cui spazio e tempo ruotano anziché procedere in modo lineare. Il “vetro” è centrale non solo come materiale, ma come metafora di trasparenza, riflessione e mediazione, così come dell’intimità e della distanza che convivono nell’atto del guardare.
Piuttosto che presentare un momento statico, l’artista costruisce una molteplicità di esperienze all’interno di un’unica immagine: l’interno di un caffè che si ripiega sulla strada, i riflessi che dissolvono la solidità delle forme, elementi della cultura classica che irrompono nella vita contemporanea. A sinistra emerge una resa spettrale della Colonna della Peste (Pestsäule), non in marmo compatto ma come monumento traslucido, emblema della devozione barocca e del trauma civico. A destra, una coppia di putti policromi fluttua in modo incongruo contro una facciata contemporanea, come dati corrotti provenienti da un archivio di storia dell’arte. Al centro, una donna è assorta nel suo smartphone, ignara del dramma architettonico che la circonda: la sua postura diventa un silenzioso emblema dell’autocontenimento nell’era digitale. Sopra di lei, nel cielo, appare sospesa un’icona di caricamento, suggerendo una condizione di sospensione temporale — forse persino la consapevolezza del dipinto di trovarsi in uno stato costante di “buffering” storico.
L’obiettivo di Nathan Walsh non è ripresentare Vienna attraverso la pittura realista tradizionale o le strategie limitanti del fotorealismo. L’opera propone invece una riflessione su come lo spazio venga mediato, ricordato e costruito. Se il dipinto può apparire realistico, non lo è perché somiglia alla “vita reale”, ma perché riflette il modo in cui oggi l’esperienza si compone a partire da frammenti analogici e digitali. Non si tratta della documentazione di una città, ma della ricostruzione di come essa viene oggi incontrata: stratificata, mediata, frammentata e, nonostante tutto, ancora sorprendentemente unitaria.
Il titolo gioca sulla fragilità e sull’eleganza del paesaggio viennese e delle sue storie stratificate. Il “valzer” rimanda non solo alla tradizione musicale della città, ma anche alla struttura stessa del dipinto, concepita come una coreografia visiva in cui spazio e tempo ruotano anziché procedere in modo lineare. Il “vetro” è centrale non solo come materiale, ma come metafora di trasparenza, riflessione e mediazione, così come dell’intimità e della distanza che convivono nell’atto del guardare.
Piuttosto che presentare un momento statico, l’artista costruisce una molteplicità di esperienze all’interno di un’unica immagine: l’interno di un caffè che si ripiega sulla strada, i riflessi che dissolvono la solidità delle forme, elementi della cultura classica che irrompono nella vita contemporanea. A sinistra emerge una resa spettrale della Colonna della Peste (Pestsäule), non in marmo compatto ma come monumento traslucido, emblema della devozione barocca e del trauma civico. A destra, una coppia di putti policromi fluttua in modo incongruo contro una facciata contemporanea, come dati corrotti provenienti da un archivio di storia dell’arte. Al centro, una donna è assorta nel suo smartphone, ignara del dramma architettonico che la circonda: la sua postura diventa un silenzioso emblema dell’autocontenimento nell’era digitale. Sopra di lei, nel cielo, appare sospesa un’icona di caricamento, suggerendo una condizione di sospensione temporale — forse persino la consapevolezza del dipinto di trovarsi in uno stato costante di “buffering” storico.
L’obiettivo di Nathan Walsh non è ripresentare Vienna attraverso la pittura realista tradizionale o le strategie limitanti del fotorealismo. L’opera propone invece una riflessione su come lo spazio venga mediato, ricordato e costruito. Se il dipinto può apparire realistico, non lo è perché somiglia alla “vita reale”, ma perché riflette il modo in cui oggi l’esperienza si compone a partire da frammenti analogici e digitali. Non si tratta della documentazione di una città, ma della ricostruzione di come essa viene oggi incontrata: stratificata, mediata, frammentata e, nonostante tutto, ancora sorprendentemente unitaria.
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